8. Campionati a squadre
Siamo ingessati da parecchi anni come in un girone dantesco. Dopo l’introduzione dei gironcini (oltre 20 anni fa) nessuna altra novità organizzativa ha rivitalizzato la scena. Si vive nella tradizione come una popolazione primitiva che si accontenta di un tavolo e di una pallina per giocare come bambini. Per fare un campionato a squadre di livello più alto si percorrono circa 10.000 km per 14 incontri (i più fortunati, perché altrimenti se ne fanno sette) con un enorme spreco di tempo, soldi e scarso contenuto tecnico. Il tutto giocato in semi solitudine.

Forse è arrivato il momento di guardare ad altre esperienze sostituendo il campionato di eccellenza con otto gare a circuito (una città per ogni sede di club) con due giocatori per squadra. Ne verrebbe fuori una organizzazione spettacolare, veicolabile in termini di pubblicità nazionale, gradevole e vendibile in TV.

Gli altri campionati potrebbero essere giocati ancora con la formula swaytling ma l’impostazione piramidale non regge più sotto il profilo economico. Oggi la crisi economica ci può aiutare a scelte coraggiose. Non è la prima volta che società di prestigio non si iscrivano al massimo campionato. E’ successo anche negli anni ’80 quando l’aspetto mercantile delle sponsorizzazione si era concentrato solo sui tre giocatori di A a discapito del vivaio, con furti di ragazzi, promesse economiche non mantenute, aiuti pubblici in certe regioni. Non ha senso una selezione piramidale delle società attraverso campionati che via via portano in alto ed una volta arrivati propongono il precipizio.

L’attività nazionale a squadre piace ai presidenti, perché nella squadra possono identificarsi ed alzare la coppa. Spesso si è pronti a sacrificare il vivaio (=futuro) concentrando tutte le risorse su pochissimi atleti. Questa pratica dovrebbe essere scoraggiata perché non ha dato nessun risultato e non costruisce per il domani. I campionati nazionali di serie intermedia dovrebbero essere aboliti allargando e non verticalizzando la piramide.

9. I giovani
Come per altre situazioni del paese, i giovani che arrivano in società sono una scocciatura. Vengono e non sanno giocare, non trovano più i maestri ma spesso giocatori a fine carriera che desiderano prolungare i miseri guadagni che oggi il nostro tennistavolo offre.

Vogliono fare le gare e l’offerta qual è? I tornei nazionali oppure tre tornei regionali all’anno. Oppure i campionati a squadre della serie D a vedersela con coriacei cinquantenni con gomme taroccate o anti-top? E’ interessante che nonostante il tesseramento sia stato informatizzato ormai da anni ancora non sappiamo quanti giovani abbiamo perso nel tempo.

E’ necessaria quindi un’attività di primo livello con parecchi tornei regionali per ragazzi ed allievi e relativi campionati a squadre in forma di concentramento. Poca spesa, viaggi ridotti. Questo tipo di attività rap-presenterebbe il laboratorio degli allenatori di base veri, veri perché non vanno confusi con i tecnici che operano su giocatori già impostati.

10. Gli arbitri
Uno sport senza arbitri è un passatempo. E’ una inutile punizione far arbitrare un giocatore dopo la sconfitta.

11. Gli atleti
Gli atleti sono il frutto del lavoro di gruppo ma non appartengono ai dirigenti e ai tecnici. Loro compito è quello di aiutare il ragazzo ed esprimere tutta la sua potenzialità tecnica ed umana liberandolo dai legacci che gli impediscono di volare. Per questo motivo è indispensabile recuperare la dimensione umana e preferire il modello della condivisione a quello dell’imposizione, tanto cara a chi si affida al potere anziché alle proprie capacità per ottenere disponibilità. Non dobbiamo mai dimenticare che lo sport è al servizio dell’uomo e non viceversa e porre al centro dell’attenzione la persona.

Sarebbe auspicabile che gli atleti, attori insostituibili dello spettacolo tennistavolo, abbiano anche ricono-sciuto economicamente il ruolo che svolgono (ad esempio con una parte delle quote di iscrizione, premi, sponsor della manifestazione, biglietto di ingresso, ecc).

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