4. Attività regionale
La società è il cuore pulsante della nostra disciplina. Un cuore necessariamente giovane fatto di entusiasmo e volontariato ma che non può essere collegato ad un corpo da gigante con arterie troppo lunghe e costose per essere percorse. La regione (e/o la provincia) è l’habitat naturale per le società. L’attività nazionale è solo per l’élite. L’attività nazionale deve essere fortemente ridotta e non condizionare più quella regionale. In questo modo si possono triplicare le gare e raddoppiare i tesserati perché lo sforzo economico è minore. Non si farebbero perdere giorni di scuola mettendosi in contrasto con i genitori. I CR dovrebbero avere la libertà adeguata per l’organizzazione del proprio calendario. In questo modo si possono ipotizzare anche dieci appuntamenti all’anno per le fasce giovanissimi e ragazzi ma anche per allievi, juniores, under 21,30,40, ecc.. Per questi l’attività regionale deve poter essere una alternativa a quella nazionale. Se occorre aumentare forzatamente la partecipazione ai tornei nazionali vuol dire che la proposta attuale non è allettante. Che cosa succederebbe se in contemporanea si svolgessero tornei nazionali e regionali aperti (a tesserati delle altre regioni).

5. Attività nazionale
L’attività nazionale è considerata attività di élite e per questo deve avere un adeguato rapporto di economicità tra costi/benefici. L’Italia potrebbe essere suddivisa in macro aree per densità di giocatori e condizioni territoriali per la disputa di fasi preliminari secondo una più flessibile struttura geometrica convergente. In questo modo si trasforma una “scampagnata” costosa in un percorso graduale verso l’eccellenza con minori spostamenti e minori costi per la maggior parte dei giocatori.

6. Il territorio
Il territorio a cui ci riferiamo in questo progetto non è una zona periferica dal centro ma al contrario una entità culturale (oltre che geografica) specifica. La storia dell’Italia è fatta di territorialità che non vuol dire affatto indipendenza o autonomia da un progetto comune, ma al contrario affermazione di identità e originalità in un contesto nazionale. Spesso si pensa che il modello piramidale sia l’unico organizzativamente efficace mentre invece si tratta solo di una possibile soluzione ad un problema: le esperienza più innovative (e che producono le migliori performances) infatti parlano un’altra lingua fatta di condivisione, rapporti di merito e non di gerarchia, esaltazione dell’individualità dentro un recinto di regole che puntano al vantaggio collettivo.

7. Le categorie
Esperienze positive di altri paesi dicono che la strada seguita dall’Italia ha valide alternative. La creazione di categorie under 30 e 40 come limite massimo per il confronto aperto ed una maggiore settorializzazione delle gare per under eviterebbero la spiacevole circostanza che i giovani siano dati in pasto a gomme con contenuto negativo di gioco. Che confronto è se alla differenza di età si somma l’astuzia dell’uso spregiudicato dei materiali? E’ come andare a scuola preparandosi a materie che poi non si troveranno più negli anni successivi perché certi giocatori sono off limits solo per i giovani. Più in generale dovrebbero essere ampliato il numero delle categorie (per età ma anche per valore) in modo che l’attività di ingresso non ponga immediatamente ostacoli ostativi ma al contrario sia assecondata l’aspirazione all’agonismo attraverso la gradualità del contenuto tecnico delle gare. Infatti dobbiamo pensare ad un tennistavolo plurimo, fatto non solo di bambini o adolescenti o professionali, ma anche di comuni amatori di diverse età, cioè quel retroterra di fondamentale importanza a cui attingere per avere dirigenti, allenatori, accompagnatori, arbitri. .

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