UN PROGETTO CULTURALE PER IL FUTURO
l progetto culturale proposto è l’antitesi di quello attuale e si basa su due punti cardine: il ruolo centrale dei tecnici e l’organizzazione territoriale. Non più i giocatori dunque al centro del progetto federale ma i tecnici attraverso le articolazioni societa-rie, regionali ed infine nazionali. Tecnici intesi come elemento fondamentale e condizione sine qua non per creare cellule pulsanti sparse sul territorio, perché sono i tecnici a garantire veramente la continuità societaria.

I giocatori passano, si spostano, cambiano club attratti da (legittimi) vantaggi economici. Il tecnico invece presidia il territorio, è in palestra tutti i giorni, conosce i suoi ragazzi. Non ci riferiamo all’alle-natore tutto schemi, tavolo, metodo e severità ma al maestro, quello straordinario personaggio che attraverso la tecnica insegna ai ragazzi un’etica di vita. Non un maestro per titolo federale, ma una persona capace, sensibile e competente di tecnica e di psiche. Tanti anni fa c’era un premio nazionale chiamato “Seminatore d’Oro” ed era il riconoscimento più ambito per un tecnico e la sua società. Poi sono arrivati in Federazione i cinesi….

Pensate che se la metà, solo la metà, delle risorse spese sui giocatori negli ultimi trent’anni fosse stata investita nei tecnici di base il tennistavolo italiano oggi non sarebbe migliore? Quanti di quei giocatori vezzeggiati, accarezzati e “pompati” dalla federazione, portati continuamente in Cina o alle gare internazionali, allievi diligenti di CT specialisti in ogni tipo di convocazione immaginabile oggi stanno ogni giorno in palestra in Italia a tirar su ragazzi o prepararli per il confronto internazionale? Porre i tecnici al primo posto dell’interesse di una federazione vuol dire fare la scelta di promuovere una Scuola Italiana. Una scuola vera, fatta di principi, di scelte, di indirizzi e nel nostro caso del confronto tra contributi diversissimi che oggi l’Italia sarebbe in grado di esprimere. Non sono lontani i tempi in cui, vedendo un ragazzo, si capiva se era di Roma o Milano o Napoli o Verona o Firenze o Senigallia. Parlavano la stessa lingua pur nella diversità. La Scuola Italiana deve trovare una propria lingua con cui declinare la personalità e le identità locali.

I tecnici stranieri coinvolti dalla fe-derazione sono stati i tecnici della nazionale ma non degli italiani. Vi siete mai domandati perché i cinesi abbiano sempre mandato giocatori famosissimi ma senza esperienza come allenatori e mai, dico mai, i tecnici che li avevano preparati alle vittorie? Non basta mettere un cartello con scritto Università per trasformare una palazzina in una vera università. Ci vogliono i professori, via via sempre più competenti, perché non si può insegnare ai talenti se a sua volta non si è fuoriclasse.

Un tecnico per lavorare bene ha bisogno di un suo territorio. Non tavoli che ogni volta si montano e smontano ma uno spazio esclusivo. Agli albori il ping-pong non era solo uno sport ma una popolazione di atleti che possedevano un territorio. Nelle parrocchie c’erano i tavoli permanenti. Oggi, che gli oratori non ci sono più, i giocatori devono acconten-tarsi spesso di palestre a ore. Sono come nomadi che montano e smontano continuamente le tende. Sarebbe interessante conoscere quanti tavoli fissi possiede il nostro movimento.

Senza spazio non c’è identità ma un senso di provvisorietà. In 100 metri quadri giocano quattro ragazzi di tennistavolo, 12 di pallavolo e 30 di arti marziali. Con questi numeri non c’è storia. Lo spazio è vitale. Certo, è difficile averlo, a volte impossibile. Il complesso di Terni, nel quale ruota gran parte dell’attività federale è costato circa come 20 Centri Olimpici di Senigallia, quasi uno per regione. Pensate che oggi il tennistavolo nazionale sarebbe lo stesso se esistessero diffusi nel territorio 20 impianti da nove tavoli ciascuno, con i servizi da club ed un maestro (o più di uno) ad insegnare il tennistavolo? Dunque, il progetto culturale proposto per i prossimi anni vive sul binomio maestro-territorio e sulla scelta politica di una Scuola Tecnica Italiana che valorizzi la tecnica di base e non più gli schemi di gioco (importanti per carità, ma solo da un certo punto in poi).

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